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Per un manifesto per l’ecologia applicata nei parchi

Nell’anno della biodiversità vorremmo stimolare il dibattito per un’assunzione di ruolo più efficace e propositivo per le Aree Protette nell’ambito della propria missione principe della conservazione. In questa pagina c’è una proposta per "radunare" i primi firmatari e valutare un percorso comune attorno ad un manifesto non contro ma per migliorare e crescere!

Una prima occasione di confronto e dibattito si è avuta a Roma, Auditorium Parco della musica, nell’ambito della “II Conferenza del sistema della aree protette del Lazio”, alle ore 18,00 del 19 gennaio 2010. Il pdf dell'intervento è disponibile al link http://www.parchilazio.it/parchi2.0/documenti/schede/2_allegato1.pdf .

In base a quanto condiviso a breve attiveremo un forum e il link al sito petitiononline.com per la sottoscrizione del documento da parte di quanti vorranno.

Se avete commenti o suggerimenti, in attesa di un forum, inviateli a museo.fiore@tin.it.

 

Verso un Manifesto per le Aree protette come Centri di Ricerca in Ecologia applicata alla pianificazione, gestione e conservazione.

     Un parco nell’immaginario collettivo rappresenta un luogo dove la natura può essere ammirata e preservata per le generazioni future. Un’area protetta comprende un settore di territorio di particolare interesse ecologico e conservazionistico dove l’elemento antropico è presente e cerca criteri di integrazione nella sfida della gestione. Essa, tra tutti gli istituti di tutela, rappresenta pertanto l’ambito territoriale che più di ogni altro può essere interessato da iniziative concrete focalizzate alla gestione e conservazione di specie e comunità animali e vegetali, di ecosistemi, di processi naturali. Coincidendo con uno specifico ambito territoriale, un’area protetta è pertanto anche uno strumento “politico”, inteso come laboratorio che sperimenta e propone buone pratiche ed educa a una gestione in senso ecologico tutto il territorio, e che magari non servirà più quando avrà portato a termine con coerenza e caparbietà la propria missione (cfr. Giacomini e Romani, 1982). La sostenibilità rappresenta la priorità da ricercare nei nostri tempi (cfr. Capra, 2001; Bologna, 2005, 2008) e le aree protette, pur nella loro specificità, si possono inserire a pieno titolo tra gli strumenti per promuoverla senza cadere nella contraddizione, in termini e non solo, dello sviluppo sostenibile (cfr. Latouche, 2008; Bologna, 2008), contribuendo alla costruzione di una cultura complessa, transdisciplinare, trasversale, relazionale e sistemica, appunto della sostenibilità, adeguata a raccogliere le sfide dei tempi dell’incertezza (cfr. Funtowicz e Ravez, 1995; Morin, 2001).

     Raccogliendo le istanze della “Carta di Feltre” (www.dolomitipark.it/it/parchi.per.una.sola.terra.carta.feltre.html) si ritiene indispensabile essere credibili nelle tredici affermazioni della prima parte della carta ed in particolare richiamare alla coerenza il mondo dei parchi riguardo la centralità della conservazione della biodiversità per tutte le azioni gestionali poste in essere in un’area protetta, specie se si vuole sostenere le dieci richieste avanzate dal popolo dei parchi della seconda parte della carta.

     Le strategie di gestione e conservazione della natura rappresentano l’essenza della missione delle aree protette e sono operazioni complesse che debbono prevedere dei protocolli di ricerca di base e applicata nelle diverse fasi nelle quali si articolano. Infatti ogni serio progetto di questo tipo non può prescindere dalla conoscenza dei sistemi naturali che saranno oggetto degli interventi e dal loro successivo controllo e monitoraggio nel tempo. Pertanto le aree protette possono e devono destinare tempo e risorse per fare ricerca, come in alcuni casi, pur troppo limitati, già fanno, strutturando centri e laboratori, formando studenti, personale e addirittura divenendo punti di riferimento per le Università che vi inviano tesisti, stagisti, dottorandi e ricercatori. In alcuni casi, le ricerche possono contribuire all’elaborazione di modelli più generali che portano novità nelle Università: molti corsi di Ecologia applicata e di Conservazione della natura sono tenuti da personale esperto che lavora nelle aree protette e che ha acquisito un background specifico. I Centri di ecologia applicata all’interno delle aree protette sono da intendersi non necessariamente come strutture fisiche ove avviare la progettazione, anche con il contributo delle professionalità interne, ma come fucine di idee e laboratori, anche immateriali e/o solo digitali, dove ricercare approcci interdisciplinari e applicare il metodo scientifico all’incertezza delle situazioni di crisi e minaccia, secondo l’epistemologia della Scienza post-normale (Funtowicz e Ravez, 1995) e i paradigmi consolidati della Biologia della conservazione e del Wildlife management (cfr. Primack e Carotenuto, 2003).

     Questo livello di maturità degli Enti Parco è stato raggiunto da alcuni decenni nel mondo anglosassone, ove, ad esempio, tra gli autori dei lavori pubblicati sulle maggiori riviste internazionali che si occupano di gestione e conservazione della natura (tra le tante, Conservation Biology, Biological Conservation, Journal of Wildlife Management) è molto frequente individuare appartenenti a tali enti o a stazioni scientifiche e centri di ricerca che ad essi fanno riferimento. Nel nostro Paese, se è vero che esistono alcuni centri di eccellenza in tal senso (si pensi al Parco Nazionale del Gran Paradiso che stampa una rivista scientifica, il Journal of Mountain Ecology), quello che sembra un assunto di base (‘nei parchi si fa ricerca applicata alla pianificazione, gestione, conservazione’) è spesso disatteso nel panorama generale del sistema nazionale e regionale delle aree protette. Questo contributo vuole pertanto costituire un occasione di discussione che, si spera, possa portare ad un dibattito critico sull’argomento tra tutti gli appartenenti a questo settore.

     E’ possibile passare in rassegna i punti più importanti per capire questa difficoltà dei Parchi nell’identificarsi in una struttura tecnico-scientifica forte.

     1. Consapevolezza generale dell’Ente. Uno degli aspetti può essere identificato nel medio-basso livello di consapevolezza del ruolo giocato dall’Ente come struttura che può prevedere, oltre ai suoi compiti di controllo del territorio, anche quello di polo per la ricerca delle complesse relazioni uomo-natura. Questa assenza/scarsità di consapevolezza porta ad una ‘timidezza’ dell’Ente (di dirigenti, personale, politici) nell’affrontare le competenze tecnico-scientifiche e nel relazionarsi con il mondo della ricerca accademica. Ciò appare grave perché nessuna altra struttura può essere in grado di lavorare sul territorio con continuità e competenza come il personale tecnico dei parchi, soprattutto quando adeguatamente formato e motivato: esiste un vuoto di conoscenza nella ecologia applicata proprio per tale carenza di consapevolezza e molti lavori recenti hanno sottolineato questo problema (cfr. Prendergast et al., 1998; Kroll, 2007; per l’Italia, cfr. Padoa Schioppa, 1999).

     2. Consapevolezza e competenza dei dirigenti e indirizzi di gestione. Un altro aspetto da prendere in considerazione è legato alla competenza del personale dirigenziale nei Parchi che, per provenienza tecnica o spessore culturale (ad esempio, mancanza di esperienza nel settore della biologia della conservazione e del wildlife management), può non essere in grado di riconoscere le problematiche, le priorità e la possibilità stessa di fare ricerca nei parchi. A cascata questo porta, dall’alto, a non indirizzare il personale tecnico dal Parco verso una mission tecnico-scientifica.

     3. Formazione del personale. E’ ancora da rimarcare, in molte aree protette, l’assenza di personale tecnico proveniente dall’area naturalistico-ambientale che, adeguatamente selezionato e formato, sappia avviare progetti indipendentemente e che sia in grado di colloquiare e anche controllare e criticare costruttivamente il lavoro svolto da Università e Enti di ricerca, contestualizzandolo alla specificità dell’area Parco. Molte aree protette non comprendono nel loro organico esperti in ecologia e in biologia della conservazione (che, si ricordi, possono anche provenire da settori disciplinari differenti dallo stretto ambito delle scienze naturali: come economisti ambientali, antropologi, sociologi e psicologi dell’ambiente, ecc.): in tal caso, i prodotti forniti dai ricercatori esterni al Parco spesso restano documenti fini a se stessi, non inseriti in uno schema di lavoro coerente e inutili per sviluppare azioni locali di conservazione/gestione nell’ambito territoriale dell’area protetta.

     4. Finalità ed esplicitazione della missione dell’area protetta nella propria carta dei servizi. Un problema strutturale dei Parchi è legato alla caratteristica di Ente che deve comunque impegnare la maggior parte del tempo, dei mezzi, delle risorse nella amministrazione ordinaria, nel personale, nella logistica, relegando ad un ruolo secondario tutti quegli aspetti legati alla conservazione (dal monitoraggio delle compoenenti ecosistemiche all’analisi dei regimi di disturbo, ecc.). Aspetto questo senz’altro paradossale se si pensa che un’area protetta è stata istituita in primis con finalità conservazionistiche. Sarebbe opportuno sottolineare già nella legge istitutiva e specificare nella carta dei servizi il ruolo tecnico dell’Ente strutturando così in modo più soddisfacente la pianta organica e i bilanci e consentendo così che ‘la macchina Parco’ possa automaticamente prevedere una quota di risorse destinata alla ricerca applicata. La missione è da intendersi incentrata sugli aspetti di conservazione della biodiversità, conservazione della geodiversità e conservazione dei patrimoni immateriali e materiali tradizionali che sono espressione di un percorso di sostenibilità delle comunità locali in equilibrio nel tempo con gli ambienti vissuti.

     5. Pubblicazione delle ricerche. Manca, in Italia, una pubblicazione di riferimento in tal senso. Molti tecnici di Enti Parco pubblicano le loro relazioni su riviste di taglio differente. Forse i tempi sono maturi per avviare una specifica rivista tecnico-scientifica sulle attività di conservazione promosse da e nei Parchi. Lo stesso personale dei parchi dovrebbe essere incentivato e messo nelle condizioni di partecipare alla vita scientifica accreditata, anche ai fini di valutazioni.  

     6. Prima opportunità. Modelli generali e specificità delle singole aree. Il personale tecnico presente nei Parchi, adeguatamente formato, ha due grandissime opportunità. La prima è legata al fatto che il Parco come caso studio è caratterizzato da una sua unicità in termini di componenti, complessità, processi, dinamiche, storia, cultura, relazioni. Pertanto è possibile operare in un contesto territoriale specifico ove i modelli generali (siano essi ecologici o legati alla sfera umana: economici, culturali, sociali, storici) possono rispondere in modo del tutto particolare all’insieme dei fattori e processi (naturali e antropogeni) locali. I modelli generali dell’ecologia devono pertanto essere contestualizzati al sito che può caratterizzarli in modo del tutto specifico e, a volte, contro intuitivo.

     7. Seconda opportunità. Tempi della gestione e tempi dei fenomeni naturali e antropici. Una seconda opportunità può essere fornita agli Enti Parco dalla possibilità di osservare nel tempo tali fattori e processi peculiari, studiandone le relazioni complesse tra loro. Per fare un esempio, la conoscenza del regime di un disturbo di origine antropica, ovvero della sue caratteristiche in termini di estensione, intensità, frequenza, durata, reversibilità, può essere ottenuta solo nell’arco di un tempo non inferiore a 1-2 anni. Tempi più lunghi sono necessari se si vogliono conoscere gli effetti di determinati disturbi su specie, comunità e altre componenti di interesse ecologico. Solo chi impegna tempo e risorse in una stessa area per molto tempo (es., il personale dei Parchi) può indagare a fondo le relazioni tra disturbi antropici e componenti ecosistemiche.

     8. Sottovalutazione delle competenze locali. Non considerare il ruolo del personale tecnico che ha acquisito competenza sulla stessa area per molto tempo può portare ad errori strategici. Si pensi alla redazione di Piani di gestione da parte di Società private e/o istituti di ricerca che hanno solo occasionalmente frequentato il Parco oggetto di indagine, non facendo riferimento alle conoscenze pregresse di tecnici e guardaparco. Professionisti esterni e ricercatori di base possono essere a conoscenza dei modelli disciplinari di base ma, al tempo stesso, probabilmente non conoscono il pattern locale di componenti, complessità, processi, dinamiche, storia, cultura, relazioni. Come accennato, il personale in servizio sul territorio è quello che, forte del tempo a disposizione speso a controllare la propria area di competenza, meglio è in grado di indagare il regime di quei disturbi che possono essere invece essere sottovalutati (es., quelli negletti, poco frequenti e localizzati, che richiedono tempo per essere classificati, descritti, quantificati, mappati) o, al contrario, sopravvalutati da ‘esperti’ che visitano l’area per troppo poco tempo per definire il comportamento del processo di disturbo (su questo si veda il lavoro di Battisti et al., 2008, relativo alla diversa percezione del regime di disturbi da parte di tecnici con diversa esperienza in un’area protetta dell’Italia centrale). I dati raccolti negli Enti parco, spesso disponibili solo come letteratura grigia, risultano estremamente preziosi e ad esempio indispensabili per la ricostruire delle dinamiche di estinzione (cfr. Battisti et al., c.s.). Gli Enti Parco, per competenza, lavorano alla tutela e al controllo del proprio territorio sul piano normativo (es., perseguimento degli abusi), dell’educazione ambientale, della comunicazione e partecipazione delle comunità locali. Tuttavia una parte della loro azione dovrebbe prevedere la definizione di strategie verso, ad esempio, quegli eventi (appunto alcuni disturbi, anche imprevedibili) che, benché di origine antropica, non possono essere perseguiti in modo ordinario (si pensi all’esplosione demografica di specie aliene) e che invece richiedono progetti di conservazione specifici. 

     La storia delle aree protette in Italia ha attraversato una prima fase (ancora non conclusa) di acquisizione di consapevolezza del valore del paesaggio e della biodiversità. Una seconda fase ha portato alla lunga e complessa definizione degli ambiti da tutelare, alla loro istituzione, regolamentazione e pianificazione. I tempi sono maturi in Italia per sviluppare una terza fase incentrata sulla gestione che vede nei Parchi dei poli scientifici ove, attraverso l’avvio di ricerche nel settore dell’ecologia applicata alla pianificazione e conservazione di territorio, risorse, biodiversità, è possibile implementare la conoscenza locale ma anche, in modo più ampio, sviluppare modelli generali utili all’avanzamento disciplinare delle tante scienze del territorio e alla loro integrazione.

     Questa terza fase può esserci nella consapevolezza del dover gestire territori e patrimoni e nel non abdicare alla sfida prioritaria della gestione attiva e della conservazione. In questo può essere opportuno proporre esempi di buone pratiche e sperimentazione, da laboratori territoriali per la biodiversità localizzati e fautori di fermento e integrazione (cfr. Battisti, 2006) a contesti territoriali e laboratoriali più ampi e che possono comprendere anche aree protette a differente grado di tutela e proporre percorsi di identificazione culturale e sostenibilità che promuovono l’integrazione anche degli Assessorati Cultura e Ambiente di differenti enti e all’interno degli stessi enti (cfr. Forti et al, 2010; Calvario et al., 2010).

     Questo appello e proposta di percorso partecipato verso un manifesto è rivolto non solo al personale in servizio nei parchi ma a tutte le persone appassionate di natura. 

Bibliografia:

    Battisti C. (ed.), 2006. Biodiversità, gestione, conservazione di un’area umida del litorale tirrenico: la Palude di Torre Flavia. Provincia di Roma, Gangemi editore, 496 pp.

    Battisti C., Amori G., Luiselli L., Zapparoli M., c.s. Can gray literature help us understanding the patterns of decline and extinction of Eurasian Otter in Tyrrhenian Central Italy? Oryx, submitted

    Battisti C., Luiselli L., Pantano D., Teofili C., 2008. On threats analysis approach applied to a Mediterranean remnant wetland: Is the assessment of human-induced threats related into different level of expertise of respondents? Biodiversity and Conservation, 17: 1529-1542.

    Bologna G., 2005. Manuale della sostenibilità. Idee, concetti, nuove discipline capaci di futuro. Edizioni Ambiente, Milano, 331 pp.

    Bologna G., 2008. Dove e come sta nascendo la “scienza della sostenibilità”. .eco 148 (3): 6-9.

    Calvario C., Forti G., Leone A., Piazzai T., Busatto M., Modonesi L. 2010. Importanza naturalistica, identità culturale e sviluppo durevole del comprensorio del Lago di Bolsena: un possibile ruolo per il Sistema Museale. Museologia scientifica memorie, 5: in stampa.

    Capra F., 2001. La rete della vita. Una nuova visione della natura e della scienza. Rizzoli, Milano, 315 pp.

    Forti G., Rossi F., D’Aureli M., Tamburini P., 2010. Un percorso verso una reale identità sistemica: il caso del sistema museale del lago di Bolsena. Museologia scientifica memorie, 5: in stampa.

    Funtowicz S.O., Ravetz J.R., 1995. Planning and decision-making in an uncertain world: the challenge of post-normal science. In Horlick-Jones T., Amendola A. & Casale R. (ed.) "Natural risk and civil protection", Proc. of International Conference on Natural Risk and Civil Protection, Commission of the European Communities, Belgirate, Italy, 26-29 October 1993, 416-423.

    Giacomini V., Romani V., 1982. Uomini e parchi. Franco Angeli Editore, Milano, 210 pp.

    Latouche S., 2008. Breve trattato sulla decrescita serena, Bollati Boringhieri, Torino, 135 pp.

    Morin E., 2001. I sette saperi necessari all’educazione del futuro. Raffaello Cortina editore, Milano, 122 pp.

    Kroll A.J., 2007. Integrating professional skills in wildlife student education. Journal of Wildlife Management, 71: 226-230.

    Padoa Schioppa E., 1999. Necessità di formazione entro e fuori l’accademia. In: Massa R., Ingegnoli V., (ed.), Biodiversità, Estinzione, Conservazione. UTET, Torino: 454-466.

    Prendergast J.R., Quinn R.M., Lawton J.H., 1998. The gaps between theory and practice in selecting nature reserves. Conservation Biology, 13: 484-492.

    Primack R.B. e Carotenuto L., 2003. Conservazione della natura. Zanichelli, Bologna, 514 pp. 

     

 Corrado Battisti

 Servizio Ambiente (“Aree protette-parchi regionali”)

 Provincia di Roma 

 c.battisti@provincia.roma.it

 

 Gianluca Forti

 Museo del fiore

 Comune di Acquapendente (VT) 

 

 

[In the real world] we cannot continue to produce researchers who focus on narrow, isolated questions, …, and possess neither the motivation nor the ability to … work collaboratively with other professionals to identify feasible solutions (Kroll, 2007). 

 

 “Anziché maledire il buio è meglio accendere una candela” Lao-Tse

 


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